The hitter
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Sìzigios
The hitter
Per l'opinione dei competenti ed appassionati, un articolo uscito sabato sul Foglio; al mio colpo d'occhio, forse astratto, la boxe è sempre sembrata altro e di più, ma potreste anche argomentare dall'analisi dei grandi personaggi, delle loro storie, dei loro motivi.
Il titolo del topic e la scelta della sezione sono dovuti all'assonanza immediatamente avvertita dallo scrivente fra il tema indicato nell'articolo ed un recente brano di Springsteen, che per la prima volta ha usato il suo stile unico e particolare per tratteggiare la figura di un (immaginario, reale?) campione degli albori selvaggi della nobile arte.
"Il picchiatore" è la definizione assunta nel titolo, e la sfida per la cintura è un "nel dodicesimo mi passai la lingua sulla mascella rotta .....e la campana suonava e suonava e ancora continuavo, finchè non sentii il mio guantone scivolargli fra la pelle e le ossa"; mentre l'ultimo match, al termine di una vita-carriera venduta ma comunque sentita "in pareggio", e del quale è accennato solo l'inizio, è lo studio dell'uomo/avversario e l'applicazione di una tattica.
IL GUSTO DI PICCHIARE
Cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” (Mike Tyson). “Quando vedo il sangue divento un toro” (Marvin “The Marvellous” Hagler). “Quando sanguino io è un’altra cosa. Non mi dà fastidio perché non mi vedo” (Floyd Patterson). “Sono gli occhi. Sono vuoti, sgranati, e ti fissano di continuo. Sì, è quel suo sguardo vuoto che alla fine ti butta giù” (uno sparring partner di Joe Luis). “Fare in modo che l’orso sappia subito chi è che comanda” (Muhammad Ali). “Odio dirlo. Ma è vero. Mi piace molto di più quando si soffre”. (Frank “The Animal” Fletcher). “Il combattente incassa un colpo e risponde con tre” (Roberto “Mano di pietra” Duran). “Mi colpivano. A me non importava di essere colpito” (Jake La Motta). “Ho voluto fare della boxe ciò che Bruce Lee fece nelle arti marziali. Bruce era un artista e, come lui, io sono andato oltre lo sport. Vorrei che i miei combattimenti fossero visti come pezzi di teatro” (Sugar Ray Leonard). “Io sono il più grande, posso battere chiunque. Sono bello, sono giovane, sono veloce, sono forte. E nessuno mi può battere” (Muhammad Ali). “Se mi aprissero questa testa rasata ci troverebbero dentro un guantone da boxe. E’ tutto quello che sono. E’ la mia vita”. (Marvin “The Marvellous” Hagler).
“Combat”, parole di pugili e di boxe e foto di Piero Pompili; bianco e nero e formato quadrotto per un libro che sarebbe un nonsense editoriale come un altro, se non fosse per l’ossessione dell’editor mondadoriano, Antonio Franchini, vero patito della nobile arte. Ossessione che ha intrappolato tanti altri scrittori e intellettuali, rimasti inchiodati con gli occhi della mente a questa sorta di scena primaria, l’accademia dei pugni. Una chiave di volta per capire gli uomini. Per poter più agevolmente rileggere il mondo come volontà di potenza senza più dover scomodare i filosofi, inadatti in quest’epoca in cui sembra più che normale picchiare un compagno Down, filmare uno stupro di branco, mettere sotto una scalcagnata supplente. “Lo spazio della boxe è uno spazio sacro che precede la civiltà o, per usare un’espressione di D.H. Lawrence, prima che Dio fosse amore”, ha scritto Joyce Carol Oates, una scrittrice che non è rimasta immune al fascino belluino di Mike Tyson. Perché certamente un giovane uomo che dice “cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” è come se schiudesse gli occhi su un mondo in cui la violenza non è più neanche competizione.
Per fare male
E’ il gusto di menare, di usare i pugni. Per fare male. Senza chiedersi il perché, o forse per scoprirlo. Fa parte della natura umana? Fa parte della sua perversione? E’ uno spurgo dell’essere giovani? E’ la pura sintesi del mondo come violenza “prima che Dio fosse amore”, la vita come lato lugubre del nulla, senza ideologia, senza sociologia? “Fight Club” è un racconto di Chuck Palahniuk diventato film di culto a motivo della sua violenza estrema, senza logica apparente se non quella di distruggere e di autodistruggersi. Pietro Grossi nel suo lungo racconto “Pugni” ha scritto: “Là dentro c’era una logica. Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi… Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perché ti senti più sicuro”. La violenza è rassicurante, è l’unico modo di essere che abbia un senso e una coerenza. E del resto, in fondo, “fuori dal ring tutto è così noioso” (Mike Tyson).
(Il Foglio, 18 Novembre 2006)
Il titolo del topic e la scelta della sezione sono dovuti all'assonanza immediatamente avvertita dallo scrivente fra il tema indicato nell'articolo ed un recente brano di Springsteen, che per la prima volta ha usato il suo stile unico e particolare per tratteggiare la figura di un (immaginario, reale?) campione degli albori selvaggi della nobile arte.
"Il picchiatore" è la definizione assunta nel titolo, e la sfida per la cintura è un "nel dodicesimo mi passai la lingua sulla mascella rotta .....e la campana suonava e suonava e ancora continuavo, finchè non sentii il mio guantone scivolargli fra la pelle e le ossa"; mentre l'ultimo match, al termine di una vita-carriera venduta ma comunque sentita "in pareggio", e del quale è accennato solo l'inizio, è lo studio dell'uomo/avversario e l'applicazione di una tattica.
IL GUSTO DI PICCHIARE
Cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” (Mike Tyson). “Quando vedo il sangue divento un toro” (Marvin “The Marvellous” Hagler). “Quando sanguino io è un’altra cosa. Non mi dà fastidio perché non mi vedo” (Floyd Patterson). “Sono gli occhi. Sono vuoti, sgranati, e ti fissano di continuo. Sì, è quel suo sguardo vuoto che alla fine ti butta giù” (uno sparring partner di Joe Luis). “Fare in modo che l’orso sappia subito chi è che comanda” (Muhammad Ali). “Odio dirlo. Ma è vero. Mi piace molto di più quando si soffre”. (Frank “The Animal” Fletcher). “Il combattente incassa un colpo e risponde con tre” (Roberto “Mano di pietra” Duran). “Mi colpivano. A me non importava di essere colpito” (Jake La Motta). “Ho voluto fare della boxe ciò che Bruce Lee fece nelle arti marziali. Bruce era un artista e, come lui, io sono andato oltre lo sport. Vorrei che i miei combattimenti fossero visti come pezzi di teatro” (Sugar Ray Leonard). “Io sono il più grande, posso battere chiunque. Sono bello, sono giovane, sono veloce, sono forte. E nessuno mi può battere” (Muhammad Ali). “Se mi aprissero questa testa rasata ci troverebbero dentro un guantone da boxe. E’ tutto quello che sono. E’ la mia vita”. (Marvin “The Marvellous” Hagler).
“Combat”, parole di pugili e di boxe e foto di Piero Pompili; bianco e nero e formato quadrotto per un libro che sarebbe un nonsense editoriale come un altro, se non fosse per l’ossessione dell’editor mondadoriano, Antonio Franchini, vero patito della nobile arte. Ossessione che ha intrappolato tanti altri scrittori e intellettuali, rimasti inchiodati con gli occhi della mente a questa sorta di scena primaria, l’accademia dei pugni. Una chiave di volta per capire gli uomini. Per poter più agevolmente rileggere il mondo come volontà di potenza senza più dover scomodare i filosofi, inadatti in quest’epoca in cui sembra più che normale picchiare un compagno Down, filmare uno stupro di branco, mettere sotto una scalcagnata supplente. “Lo spazio della boxe è uno spazio sacro che precede la civiltà o, per usare un’espressione di D.H. Lawrence, prima che Dio fosse amore”, ha scritto Joyce Carol Oates, una scrittrice che non è rimasta immune al fascino belluino di Mike Tyson. Perché certamente un giovane uomo che dice “cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” è come se schiudesse gli occhi su un mondo in cui la violenza non è più neanche competizione.
Per fare male
E’ il gusto di menare, di usare i pugni. Per fare male. Senza chiedersi il perché, o forse per scoprirlo. Fa parte della natura umana? Fa parte della sua perversione? E’ uno spurgo dell’essere giovani? E’ la pura sintesi del mondo come violenza “prima che Dio fosse amore”, la vita come lato lugubre del nulla, senza ideologia, senza sociologia? “Fight Club” è un racconto di Chuck Palahniuk diventato film di culto a motivo della sua violenza estrema, senza logica apparente se non quella di distruggere e di autodistruggersi. Pietro Grossi nel suo lungo racconto “Pugni” ha scritto: “Là dentro c’era una logica. Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi… Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perché ti senti più sicuro”. La violenza è rassicurante, è l’unico modo di essere che abbia un senso e una coerenza. E del resto, in fondo, “fuori dal ring tutto è così noioso” (Mike Tyson).
(Il Foglio, 18 Novembre 2006)
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Sìzigios
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E' da ieri che penso come rispondere a Sizigios ma ho tardato un po' perchè sono indaffarato in questi giorni e un po' perchè non esiste una sola risposta. Certo, nella boxe c'è qualcosa di primordiale ma non prenderei per buona qualsiasi cosa venga scritta su di essa, nè tanto meno dichiarazioni alla Tyson che servono a fare colore alle conferenze stampa che sono fasulle tanto quanto lo è il wrestling, cioè completamente. L'appassionato di boxe non si nasconde dietro a un dito e sa benissimo che si tratta di uno sport controverso, ma ne conosce i tanti aspetti positivi e si sente in difficoltà nel non saperne trasmettere agli altri il messaggio, come me in questo istante.
La boxe è servita a tanti scrittori, a tanti giornalisti, per scrivere le loro storie, qualche volta anche quelle dei pugili. Più spesso se ne sono serviti e se ne servono a fini scandalistici o falso moralisti o macabri. E poi bisogna operare un'altra distinzione fra chi la boxe la pratica e chi invece vi lavora intorno. I pugili sono esseri strani ma non sono catalogabili sotto una sola etichetta e una sola immagine. Difficile, fra quelli che ha citato Sizigios, trovare due persone più lontane come Muhammad Alì e Roberto Duran. Ne ho sentite tante in quasi mezzo secolo di vita. la boxe come riscatto sociale, come affermazione del proprio io ecc ecc. Perchè poi bisogna spiegare, cercare così tante giustificazioni per uno sport più che per un altro? La risposta è molto semplice: perchè la boxe è uno sport dove per prevalere devi colpire l'avversario. E' un dato di fatto che la boxe sia meno pericolosa di molti altri sport, ma in formula 1 , per esempio, non devi investire un altro pilota per arrivare alla vittoria. Fra i tanti pensieri in libertà che mi vengono in questo momento in mente c'è anche quello che il bacino d'utenza del pugilato è molto vasto, solo che tre quarti di questo bacino d'utenza si vergogna o nasconde di essere tale. Perchè la boxe non è politically correct e per andarla a vedere bisogna raccontare a se stessi che vai a vedere Peppone contro Don Camillo.
Non posso, dopo aver fatto tanta confusione, e averne forse messa anche in Sizigios, che dire cosa è per me. E' uno sport che mi piace, che trovo un meraviglioso mix di forza e intelligenza, perchè se uno è scemo come pugile rimane al palo dei novizi, indipendentemente dagli stili. Mi piace vedere il misto di coraggio e paura che ogni pugile porta in sè, un colpo evitato, parato o bloccato tanto quanto uno portato bene, mi piace la coordinazione, la ferrea volontà che i pugili hanno nel combattere come nell'allenarsi e a me manca nella pratica quotidiana. Mi piace il rispetto che là sopra si porta a chi ti sta davanti che può essere giallo, rosso, bianco, nero, comunista, fascista, arabo, cattolico, buddista, animista. E pazienza se qualcuno poi sceso dal ring sbaglia e dimentica cosa lassù ha imparato. Mi piace conoscere i pugili, perchè sono fra i pochi sportivi che non ti guardano dall'alto in basso come un Hagler si potrebbe permettere di fare ma con me non ha fatto e credo con nessun altro e ci puoi scambiare quattro chiacchiere tranquillamente. Mi piace la boxe e mi piacciono i pugili. Vorrei che questi non fossero abbandonati a loro stessi quando non servono più, vorrei fare qualcosa perchè questo non accadesse. Sono come i cantanti lirici, alcuni durano poco ma ci hanno fatto sognare. Non è impagabile? A Sizigios posso solo dire di venire a vederla la boxe, forse capirà ciò che è così difficile spiegare.
La boxe è servita a tanti scrittori, a tanti giornalisti, per scrivere le loro storie, qualche volta anche quelle dei pugili. Più spesso se ne sono serviti e se ne servono a fini scandalistici o falso moralisti o macabri. E poi bisogna operare un'altra distinzione fra chi la boxe la pratica e chi invece vi lavora intorno. I pugili sono esseri strani ma non sono catalogabili sotto una sola etichetta e una sola immagine. Difficile, fra quelli che ha citato Sizigios, trovare due persone più lontane come Muhammad Alì e Roberto Duran. Ne ho sentite tante in quasi mezzo secolo di vita. la boxe come riscatto sociale, come affermazione del proprio io ecc ecc. Perchè poi bisogna spiegare, cercare così tante giustificazioni per uno sport più che per un altro? La risposta è molto semplice: perchè la boxe è uno sport dove per prevalere devi colpire l'avversario. E' un dato di fatto che la boxe sia meno pericolosa di molti altri sport, ma in formula 1 , per esempio, non devi investire un altro pilota per arrivare alla vittoria. Fra i tanti pensieri in libertà che mi vengono in questo momento in mente c'è anche quello che il bacino d'utenza del pugilato è molto vasto, solo che tre quarti di questo bacino d'utenza si vergogna o nasconde di essere tale. Perchè la boxe non è politically correct e per andarla a vedere bisogna raccontare a se stessi che vai a vedere Peppone contro Don Camillo.
Non posso, dopo aver fatto tanta confusione, e averne forse messa anche in Sizigios, che dire cosa è per me. E' uno sport che mi piace, che trovo un meraviglioso mix di forza e intelligenza, perchè se uno è scemo come pugile rimane al palo dei novizi, indipendentemente dagli stili. Mi piace vedere il misto di coraggio e paura che ogni pugile porta in sè, un colpo evitato, parato o bloccato tanto quanto uno portato bene, mi piace la coordinazione, la ferrea volontà che i pugili hanno nel combattere come nell'allenarsi e a me manca nella pratica quotidiana. Mi piace il rispetto che là sopra si porta a chi ti sta davanti che può essere giallo, rosso, bianco, nero, comunista, fascista, arabo, cattolico, buddista, animista. E pazienza se qualcuno poi sceso dal ring sbaglia e dimentica cosa lassù ha imparato. Mi piace conoscere i pugili, perchè sono fra i pochi sportivi che non ti guardano dall'alto in basso come un Hagler si potrebbe permettere di fare ma con me non ha fatto e credo con nessun altro e ci puoi scambiare quattro chiacchiere tranquillamente. Mi piace la boxe e mi piacciono i pugili. Vorrei che questi non fossero abbandonati a loro stessi quando non servono più, vorrei fare qualcosa perchè questo non accadesse. Sono come i cantanti lirici, alcuni durano poco ma ci hanno fatto sognare. Non è impagabile? A Sizigios posso solo dire di venire a vederla la boxe, forse capirà ciò che è così difficile spiegare.
- mantequilla
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la boxe è vero, non è politically correct. ma la vita, è politically correct?
io mi innamorai del pugilto da ragazzo. Culturalmente in Romagna calcio e ciclismo sono molto più seguiti. Per me l'amore per la boxe coincise con il periodo travagliato dell'adolescenza. I pugili erano grandi, potenti, coraggiosi. Soprattutto coraggiosi. E l'adolescente che era in me necessitava di conferme. Di coraggio di crescere.
Ho provato anche ad incontarne lo sport, di nascosto da una famiglia dove si guardavano i match teletrasmessi, ma dove mia madre non mancava di esternare tutta la sua contrarietà ad uno sport che non concepiva.
Poi incontravo il lunedì, gli articoli di Giuseppe Signori. Un modo di scrivere e di raccontare la boxe straordinaria. Signori mi affascinava. Lui mi incuriosì e mi fece scoprire il mondo della boxe. Passando dalla carta insomma.
Conosco Gordini. Un ex pugile colpito da una malattia che ne ha stroncato la carriera. Frequentavamo lo stesso bar. Giocando a calciobalilla, poi a briscolone. E si faceva tardi e si parlava di boxe. Fino a tardissimo.
Di nascosto dai miei, ho messo i guantoni. ed ho provato quella sensazione di eccitazione mista a paura che si prova quando ci si misura con un altro ragazzo. Ero timido, da ragazzo. Parlavo poco delle mie cose, con tutti. Mi tenni per un pò il mio segreto. Mi piaceva superare le mie paure. Insopportabile ansia prima di salire sul quadrato, fredda preoccupazione ai primi scambi, il senso di superamento del dolore fisico dopo i primi scambi. Entrare in agonismo.
Ero anche abbastanza bravo. Molto alto per il mio peso. 1,80 per 57-58 kg a 16-17 anni. Gambe sottilissime. Allungo notevole, alla Rodriguez. Potenza poca, snistro inesistente, destro preciso e ottima scelta di tempo. Stranamente incassavo bene.
In palestra io ho incontrato sempre persone molto diverse da quelle descritte dalla letteratura "noir" sul pugilato. Ho incrociato i guanti con ragazzi tutt'altro che feroci. Sempre leali. Facendo i guanti in modo non agonistico, non si era nemici. Ci si aiutava a migliorare. Si cercavano i punti deboli. Mi ero fatto degli amici.
Capisco di non avere vissuto il mondo della boxe, ma solo un angolino. Ma mi è servito. Ad affrontare le difficoltà della vita quotidiana. Ad arrangiarmi. A farmi rispettare. ed ha influito nel tipo di boxe che mi piace. Non certo lo scambio uno a me ed uno a te.... mi piacciono i pugili tecnici...come sono stati descritti in un altro treat.
Del bell'articolo del foglio non apprezzo una cosa. Tyson non rappresenta la boxe, il solo modo di viverla. qui Bonaccorso coglie l'essenza...è wrestling, tutto preparato per lo spettacolo, non è quello che si "sente". Signori, Vittorio lo sa bene, parlava di riscatto sociale. era forse vero 8anzi, era vero) in certi periodi e in certe società. era un lavoro duro per immigrati, per ceti socialmente deboli, in pericolo di essere portate verso il carcere. Ma anche questo è solo un aspetto. Importante, ma parziale. c'è na dimensione intimistica della boxe. ed è la lotta contro le nostre paure. I nostri limiti. il confronto con l'altro. Inevitabile. esisterà sempre.
io mi innamorai del pugilto da ragazzo. Culturalmente in Romagna calcio e ciclismo sono molto più seguiti. Per me l'amore per la boxe coincise con il periodo travagliato dell'adolescenza. I pugili erano grandi, potenti, coraggiosi. Soprattutto coraggiosi. E l'adolescente che era in me necessitava di conferme. Di coraggio di crescere.
Ho provato anche ad incontarne lo sport, di nascosto da una famiglia dove si guardavano i match teletrasmessi, ma dove mia madre non mancava di esternare tutta la sua contrarietà ad uno sport che non concepiva.
Poi incontravo il lunedì, gli articoli di Giuseppe Signori. Un modo di scrivere e di raccontare la boxe straordinaria. Signori mi affascinava. Lui mi incuriosì e mi fece scoprire il mondo della boxe. Passando dalla carta insomma.
Conosco Gordini. Un ex pugile colpito da una malattia che ne ha stroncato la carriera. Frequentavamo lo stesso bar. Giocando a calciobalilla, poi a briscolone. E si faceva tardi e si parlava di boxe. Fino a tardissimo.
Di nascosto dai miei, ho messo i guantoni. ed ho provato quella sensazione di eccitazione mista a paura che si prova quando ci si misura con un altro ragazzo. Ero timido, da ragazzo. Parlavo poco delle mie cose, con tutti. Mi tenni per un pò il mio segreto. Mi piaceva superare le mie paure. Insopportabile ansia prima di salire sul quadrato, fredda preoccupazione ai primi scambi, il senso di superamento del dolore fisico dopo i primi scambi. Entrare in agonismo.
Ero anche abbastanza bravo. Molto alto per il mio peso. 1,80 per 57-58 kg a 16-17 anni. Gambe sottilissime. Allungo notevole, alla Rodriguez. Potenza poca, snistro inesistente, destro preciso e ottima scelta di tempo. Stranamente incassavo bene.
In palestra io ho incontrato sempre persone molto diverse da quelle descritte dalla letteratura "noir" sul pugilato. Ho incrociato i guanti con ragazzi tutt'altro che feroci. Sempre leali. Facendo i guanti in modo non agonistico, non si era nemici. Ci si aiutava a migliorare. Si cercavano i punti deboli. Mi ero fatto degli amici.
Capisco di non avere vissuto il mondo della boxe, ma solo un angolino. Ma mi è servito. Ad affrontare le difficoltà della vita quotidiana. Ad arrangiarmi. A farmi rispettare. ed ha influito nel tipo di boxe che mi piace. Non certo lo scambio uno a me ed uno a te.... mi piacciono i pugili tecnici...come sono stati descritti in un altro treat.
Del bell'articolo del foglio non apprezzo una cosa. Tyson non rappresenta la boxe, il solo modo di viverla. qui Bonaccorso coglie l'essenza...è wrestling, tutto preparato per lo spettacolo, non è quello che si "sente". Signori, Vittorio lo sa bene, parlava di riscatto sociale. era forse vero 8anzi, era vero) in certi periodi e in certe società. era un lavoro duro per immigrati, per ceti socialmente deboli, in pericolo di essere portate verso il carcere. Ma anche questo è solo un aspetto. Importante, ma parziale. c'è na dimensione intimistica della boxe. ed è la lotta contro le nostre paure. I nostri limiti. il confronto con l'altro. Inevitabile. esisterà sempre.
mi sono rimasti solo tre neuroni. E non sono neanche d'accordo fra di loro....
Re: The hitter
Ci sarebbe da scrivere un lungo articolo su questo ennesimo, seppur raffinato ma secondo me pericoloso articolo sulla/contro la boxe.Sìzigios ha scritto:Ossessione che ha intrappolato tanti altri scrittori e intellettuali, rimasti inchiodati con gli occhi della mente a questa sorta di scena primaria, l’accademia dei pugni. Una chiave di volta per capire gli uomini. Per poter più agevolmente rileggere il mondo come volontà di potenza senza più dover scomodare i filosofi, inadatti in quest’epoca in cui sembra più che normale picchiare un compagno Down, filmare uno stupro di branco, mettere sotto una scalcagnata supplente. “Lo spazio della boxe è uno spazio sacro che precede la civiltà o, per usare un’espressione di D.H. Lawrence, prima che Dio fosse amore”, ha scritto Joyce Carol Oates, una scrittrice che non è rimasta immune al fascino belluino di Mike Tyson. Perché certamente un giovane uomo che dice “cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” è come se schiudesse gli occhi su un mondo in cui la violenza non è più neanche competizione.
Per fare male
E’ il gusto di menare, di usare i pugni. Per fare male. Senza chiedersi il perché, o forse per scoprirlo. Fa parte della natura umana? Fa parte della sua perversione? E’ uno spurgo dell’essere giovani? E’ la pura sintesi del mondo come violenza “prima che Dio fosse amore”, la vita come lato lugubre del nulla, senza ideologia, senza sociologia? “Fight Club” è un racconto di Chuck Palahniuk diventato film di culto a motivo della sua violenza estrema, senza logica apparente se non quella di distruggere e di autodistruggersi. Pietro Grossi nel suo lungo racconto “Pugni” ha scritto: “Là dentro c’era una logica. Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi… Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perché ti senti più sicuro”. La violenza è rassicurante, è l’unico modo di essere che abbia un senso e una coerenza. E del resto, in fondo, “fuori dal ring tutto è così noioso” (Mike Tyson).
(Il Foglio, 18 Novembre 2006)
Comincerò a dire qualcosa, innanzi tutto sull'indignazione di come sia stata trattata Joyce Carol Oates e una sua frase bellissima sullo spazio sacro della boxe, liquidata come una intellettuale vittima del fascino belluino di Tyson. Nel suo saggio "Sulla boxe dice che Il pugile incontra un avversario che è una distorsione onirica di se stesso, il suo sè ombra (il lato oscuro di se stesso, l'ombra della morte?le due cose si identificano? mi chiedo con Alessandro Cappabianca, "Boxare con l'ombra"-I pugili sul ring sono inchiodati al Tempo...continua la Oates Il Tempo, come la possibilità della morte è l'avversario invisibile di cui i pugili, e l'arbitro, i secondi, gli spettatori, hanno acuta consapevolezza. Quando un pugile è messo fuori combattimento non significa solo che sia svenuto, o ormai inabile,significa invece, e molto poeticamente, che è stato estromesso dal Tempo (il drammatico conteggio dell'arbitro costituisce una specie di intervallo metafisico). In questo senso lo spazio della boxe è uno spazio sacro che precede la civiltà.
Il discorso della Oates è quindi molto più complesso della riduttiva citazione e dello squallido commento del giornalista. Lei precisa poi che proprio la civiltà, da quando comincia a distinguersi dagli spazi del Sacro, appronta per esso degli spazi separati in cui sia possibile dargli sfogo ed esorcizzarlo. Una delle sue forme simboliche moderne è proprio il ring, all'interno del quale si svolge una cerimonia cruenta e rigidamente scandita da un Tempo altro
Il ring altare, quindi, dove si consuma sacrificio. Mi ritrovo completamente nelle parole della scrittrice americana: anche per me, infatti, il corpo del pugile è una sorta di corpo mistico per cui provo rispetto, che cade, può morire e può risorgere.
Certo, è un corpo che provoca e subisce violenza, e su questa violenza si fa spettacolo, come spettacolo era la violenza descritta dai combattimenti di Omero, o quella dei gladiatori o della corrida, però ti invito anch'io Sigizios, a venire ad assistere ad un incontro dal vivo per assaporare, specie da parte degli spettatori, il rispetto di cui ti parlavo.
Se non vuole andare ad un incontro di boxe chi ha scritto l'articolo magari vada a rivedersi The million dollar baby di Clint Eastwood e rifletta su queste parole del vecchio coach-
La gente ama la violenza, rallenta quando c’è un incidente stradale per vedere se ci sono morti, e la stessa gente dice di amare la boxe, ma non sa che cosa sia : parlare di boxe è parlare di rispetto, cercare di ottenerlo per se stessi, togliendolo all’avversario-
Oppure rifletta sulle parole di Tyson a proposito di Liston: - Come me voleva essere rispettato e amato, ma non vi riuscì mai-
- Doyle
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leggere i vostri post mi ha fatto pensare
i picchiatori devono essere una specie a parte:l'ho visto,paradossalmente,quando sono stati sconfitti,anzi prima ancora quando hanno assaggiato il tappeto per la prima volta,perchè il loro scopo primario è quello di mettere l'avversario KO;sembra che la loro capacità di pianificare non superi i tre minuti
domenica ho rivisto un match leggendario,Hagler-Mugabi,che all'epoca fece rimanere quasi afono Rino Tommasi,stupefatto della violenza di tutti quei colpi:Mugabi era un feroce picchiatore,con un record di 26 vittorie consecutive con 26 KO tutti nei primissimi round,tanto che la lunghezza media dei suoi match era 2,78 riprese;era abituato a colpire tre o quattro volte al massimo i suoi avversari e vederli crollare come pesi morti,e invece si trovò davanti un muro di cemento inscalfibile,che lo smantellò pezzo a pezzo,e nemmeno il pugno della domenica lo salvò da una sonora sconfitta che cambiò radicalmente la sua carriera;la sua espressione,man mano che passano i round e il ritmo di Marvin non sembra mai abbassarsi,dice tutto sulla mentalità del picchiatore;e quando all'undicesima ripresa si trova per terra,esausto,con Mills Lane che gli impone il conteggio,il suo corpo gli impadisce di continuare,i nervi gli cedono
oppure ho nitida l'immagine di Julio Cesar Chavez,uno che vinceva non tanto con KO fulminei,ma perchè i suoi avversari si ritrovavano con le ossa rotte e dovevano smettere di combattere per l'accumulo di colpi subiti,Chavez con la faccia insanguinata che sputa il paradenti,scuote la testa e si arrende all'idea che una nuova era è iniziata,e il talento e la freschezza di Oscar De la Hoya sono troppi anche per lui e per il suo orgoglio messicano
o sabato notte,il grande Erik Morales,un altro assaltatore abituato a dare tutto,messo culo a terra in tre round e totalmente conscio che la magia è finita,le pile sono scariche,la baionetta spezzata
i picchiatori devono essere una specie a parte:l'ho visto,paradossalmente,quando sono stati sconfitti,anzi prima ancora quando hanno assaggiato il tappeto per la prima volta,perchè il loro scopo primario è quello di mettere l'avversario KO;sembra che la loro capacità di pianificare non superi i tre minuti
domenica ho rivisto un match leggendario,Hagler-Mugabi,che all'epoca fece rimanere quasi afono Rino Tommasi,stupefatto della violenza di tutti quei colpi:Mugabi era un feroce picchiatore,con un record di 26 vittorie consecutive con 26 KO tutti nei primissimi round,tanto che la lunghezza media dei suoi match era 2,78 riprese;era abituato a colpire tre o quattro volte al massimo i suoi avversari e vederli crollare come pesi morti,e invece si trovò davanti un muro di cemento inscalfibile,che lo smantellò pezzo a pezzo,e nemmeno il pugno della domenica lo salvò da una sonora sconfitta che cambiò radicalmente la sua carriera;la sua espressione,man mano che passano i round e il ritmo di Marvin non sembra mai abbassarsi,dice tutto sulla mentalità del picchiatore;e quando all'undicesima ripresa si trova per terra,esausto,con Mills Lane che gli impone il conteggio,il suo corpo gli impadisce di continuare,i nervi gli cedono
oppure ho nitida l'immagine di Julio Cesar Chavez,uno che vinceva non tanto con KO fulminei,ma perchè i suoi avversari si ritrovavano con le ossa rotte e dovevano smettere di combattere per l'accumulo di colpi subiti,Chavez con la faccia insanguinata che sputa il paradenti,scuote la testa e si arrende all'idea che una nuova era è iniziata,e il talento e la freschezza di Oscar De la Hoya sono troppi anche per lui e per il suo orgoglio messicano
o sabato notte,il grande Erik Morales,un altro assaltatore abituato a dare tutto,messo culo a terra in tre round e totalmente conscio che la magia è finita,le pile sono scariche,la baionetta spezzata
Certo il picchiatore in genere sembra avere come comune denominatore la fragilità psicologica. L'esempio come quello di Hagler - Mugabi è ottimo, ma anche quello Ali-Foreman. Certo non tutti sono così, Frazier era un picchiatore ma per 15 round lui c'era sempre. In generale però sembra che il picchiatore più passano i round più si autoconvince che non ce la fa.
Ho rivisto anche io da poco Hagler - Mugabi e credo sia la summa, il capolavoro di Hagler. Mi vengono i brividi a pensare a Marvin in quel match. Dio mio che pugile. Certo anche lui non fu più lo stesso dopo qull'incontro.
In generale il pugile, che sia un picchiatore o un tecnico ha generalmente una paura sola, perdere. Non è farsi male il suo problema, lo è vedersi sconfitto che si di fornte al mondo intero o a una persona sola, non lo accetta. Prima di salire sul ring la tensione è genrata proprio da quello non si chiede: " e se mi faccio male". Si chiede: " e se perdo?" Chiaramente ha solo un modo per evitarlo, tirare pugni più e meglio dell'avversario.
Ho rivisto anche io da poco Hagler - Mugabi e credo sia la summa, il capolavoro di Hagler. Mi vengono i brividi a pensare a Marvin in quel match. Dio mio che pugile. Certo anche lui non fu più lo stesso dopo qull'incontro.
In generale il pugile, che sia un picchiatore o un tecnico ha generalmente una paura sola, perdere. Non è farsi male il suo problema, lo è vedersi sconfitto che si di fornte al mondo intero o a una persona sola, non lo accetta. Prima di salire sul ring la tensione è genrata proprio da quello non si chiede: " e se mi faccio male". Si chiede: " e se perdo?" Chiaramente ha solo un modo per evitarlo, tirare pugni più e meglio dell'avversario.
mirko "the moviemaker"
"there is no shame in going down, the shame is in staying down."
Muhammad Ali
"there is no shame in going down, the shame is in staying down."
Muhammad Ali
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King Ivan
Da "esterno" mi inserisco in questo topic per complimentarmi con chi vi ha scritto. Ho letto interventi e post bellissimi in cui io, pur senza essere grande appassionato di pugilato (passione invece di altri familiari) ,rivedo molto di quella che è anche la mia concezione di sport .
Bello e suggestivo l'accostamento di Emily ,che pure può apparire ardito, tra pugilato e mistica:
Le stesse necessità che da bambino mi fecero sedurre dal tennis. i tennisti sullo schermo erano per me quello che i pugili sono stati per mantequilla.mantequilla ha scritto:. Per me l'amore per la boxe coincise con il periodo travagliato dell'adolescenza. I pugili erano grandi, potenti, coraggiosi. Soprattutto coraggiosi. E l'adolescente che era in me necessitava di conferme. Di coraggio di crescere.
Sì. Quel rispetto di cui parlava Obdulio Varela a proposito di quel Brasile-uruguay e che ognuno di noi vorrebe ottnere, nello sport come nella vita. Perchè rispettare l'altro significa imparare a rispettare sè stessi.emily ha scritto:La gente ama la violenza, rallenta quando c’è un incidente stradale per vedere se ci sono morti, e la stessa gente dice di amare la boxe, ma non sa che cosa sia : parlare di boxe è parlare di rispetto, cercare di ottenerlo per se stessi, togliendolo all’avversario-
Oppure rifletta sulle parole di Tyson a proposito di Liston: - Come me voleva essere rispettato e amato, ma non vi riuscì mai-
Bello e suggestivo l'accostamento di Emily ,che pure può apparire ardito, tra pugilato e mistica:
Non è casuale per me che uno dei più grandi film sul pugilato,assieme a Città amara di john Houston ,sia stato infatti girato da un regista che ha sempre avuto il tema della redenzione e della religione tra i punti principali della sua opera.emily ha scritto:Il ring altare, quindi, dove si consuma sacrificio. Mi ritrovo completamente nelle parole della scrittrice americana: anche per me, infatti, il corpo del pugile è una sorta di corpo mistico per cui provo rispetto, che cade, può morire e può risorgere.