Questa notte Narducci e Puppo disquisivano sul fatto che difficilmente i pugili riescono a decidere quando sia il momento di ritirarsi e non ci ripensano: fanno eccezione, secondo loro, solo Marciano e Hagler (si scrive così? ).
Innanzi tutto vorrei chiedervi se sia vero, e sapere qualcosa di più sul come si ritirarono grandi pugili italiani, se avete voglia di ricordarlo; poi, il discorso della fine, di quel momento in cui dire basta per uno sportivo mi interessa sempre di più e quando penso alla boxe sono divisa fra due sensazioni opposte: possibile che non siano più numerosi coloro che abbiano saputo amministrare bene i loro guadagni, farsi una famiglia e dire - Basta, non ne ho più voglia di prenderne!-? oppure il pugilato è veramente uno sport speciale, e speciali sono le persone che lo praticano per cui comunque, forse, si sentono solamente vivi, e giovani, e forti, quando sono sul ring?
Probabilmente le mie sono entrambe sensazioni semplicistiche scritte da una donna e che non ha mai praticato questo sport..mi piacerebbe sapere perchè sembri così difficile lasciare uno sport che dovrebbe essere il più pericoloso.
Generalmente è vero che i ritiri annunciati dai pugili sono destinati a non essere poi messi in pratica definitivamente se non dopo vari ritorni. C'entra sicuramente l'incapacità di abituarsi a una vita fuori dal ring, non più sotto i riflettori, senza la stessa notorietà. Molto più spesso, però, i ritorni sono dettati dalle condizioni economiche difficili in cui molti pugili, campioni compresi, si trovano a fine carriera. Per capire come questo avvenga bisogna prendere in considerazione varie cose. Generalmente il grado di istruzione dei pugili non è di livello elevato, questo fatto li espone a ogni genere di truffa sempre dietro l'angolo quando non si riesce a decifrare un contratto che ti lega a un manager o a un organizzatore in tutti i suoi aspetti. Per fare un esempio molti pugili si ritengono e si sono ritenuti truffati da Don King e a buona ragione, ma quelli a cui è stata data legalmente ragione si contano sulle dita di una mano. La stragrande maggioranza dei pugili sogna solamente le borse importanti che pochissimi loro colleghi incassano e anche per questi ultimi le ricche borse sono solo ricavi e non guadagni. Bisogna infatti togliere percentuali enormi di tasse, e compensi relativi a tutto l'entourage necessario all'allenamento e ai vari controlli. Sempre parlando di Don King è un fatto noto che abbia mandato i suoi pugili ad allenarsi in una sua tenuta nell'Ohio a prezzi giornalieri esorbitanti. Ed è purtroppo naturale che chi non ha mezzi di difesa venga assalito dagli sciacalli. Gli esempi che potremmo fare nel mondo sono innumerevoli, da Joe Louis a Ray Sugar Robinson fino ai nostri giorni. Per limitarci all'Italia, come chiede Emily, possiamo prendere ad esempio i ritiri dei nostri pugili che furono campioni del mondo. Primo Carnera si ritirò troppo tardi e rientrò alcune volte per motivi di danaro, si rifece poi negli Usa con il wrestling. I ritiri di Mario D'Agata, e Sandro Lopopolo furono una cosa naturale quando si resero conto di non essere più quelli di prima, Duilio Loi andrebbe affiancato ad Hagler e Marciano nella lista di coloro che si sono ritirati da campioni in carica, Carmelo Bossi si ritirò subito dopo aver perso il titolo, Nino Benvenuti provò a riconquistarlo poi disse basta, Sandro Mazzinghi lasciò poi si ripresentò sul ring a 40 anni per tre incontri che peraltro vinse , ma servirono a fargli capire che non era più il caso. Patrizio Oliva si ritirò dopo un tentativo mondiale fra i welter, Gianfranco Rosi e Giovanni Parisi purtroppo non vogliono rassegnarsi, Bruno Arcari non era più campione del mondo e si ritirò dopo un fantastico pari contro Rocky Mattioli, il quale chiuse negli USA ormai in declino. Potrei continuare ma mi fermo quì. Due ultime chicche per Emily: il messicano Josè Becerra, campione del mondo dei pesi gallo, si ritirò poco dopo la morte di un suo avversario e il peso medio italiano degli anni 30 Enzo Fiermonte si ritirò per amore di una ricca e molto più grande ereditiera che pose il ritiro come condizione per sposarlo.
Senza dubbio il ritorno per eccellenza è stato quello di Foreman, perchè era un ritorno che doveva a se stesso e a tutti gli appassionati che lo avevano creduto "l'uomo più forte del mondo" e rimasero delusi dalla sua prematura scomparsa (dal ring). Foreman ritornò come un fantasma, un'icona degli anni '70, di un'altra epoca. Il suo aspetto così diverso da come lo si ricordava contribuiva a renderlo una specie di "altro", eppure sul ring appariva lento, monolitico e tuttavia implacabile nell'attendere di piazzare i suoi colpi che non davano scampo, dando più che mai forza all'affermazione: "la potenza è l'ultima qualità ad abbandonare un pugile", e la potenza di Foreman era ancora inarrivabile. L'anomalia più grossa nel ritorno di Foreman era la distanza dal ritiro, 10 anni, veramente tanti, troppi per chiunque altro. Tutti gli altri ritorni di questo tipo hanno sortito effetti pietosi.
Molti di più sono i ritiri reiterati con continui ritorni, che, per un po' di volte hanno successo, infine naufragano fragorosamente o lentamente e inesorabilmente. Prendiamo Leonard, incensato ogni volta fino alla batosta subita da un atleta sottovalutato (allora fuoriclasse ancora acerbo), contro Norris. Invece Holyfield ha continuato a stupire, è stato dato per morto più volte risorgendo continuamente, solo che ora (pugilisticamente) è morto sul serio e continua a trascinarsi sul ring come uno zombie.
La casistica è tale che si potrebbe fare un romanzo su ogni ritorno, ma credo che anche in questo stia il fascino della boxe, avete notato come siano impossibili o nemmeno tentati i ritorni in altri sport (tennis, calcio, sci, ciclismo). Ricordate il rientro di Borg, o vi immaginate Tomba che rimette gli sci, Maradona che riprende a giocare, Indurain che risale in bici a sfidare Armstrong (ma ormai si è ritirato anche lui)? Solo la boxe, e fin dai primordi (Jeffries) ha offerto questo elemento di grande fascino e nello stesso tempo malinconia, questo sogno di sconfiggere la morte (sportiva?), di non accettare una fine meramente biologica.
Bonaccorso ha scritto: Due ultime chicche per Emily: il messicano Josè Becerra, campione del mondo dei pesi gallo, si ritirò poco dopo la morte di un suo avversario e il peso medio italiano degli anni 30 Enzo Fiermonte si ritirò per amore di una ricca e molto più grande ereditiera che pose il ritiro come condizione per sposarlo.
Grazie per il lungo post che ha colmato alcune curiosità, ma naturalmente me ne ha suscitate altre, bonaccorso: ma non ne hanno ancora fatto un film di questa storia? o un bel romanzo? queste sì che sono le fiabe che piacciono a me.
Kinchen, le riflessioni che fai alla fine mi sembrano molto belle e vere: la boxe più che un altro sport allora come modo di vincere la morte? è lo stesso che dire che solo boxando ci si sente vivi?
emily ha scritto:
Grazie per il lungo post che ha colmato alcune curiosità, ma naturalmente me ne ha suscitate altre, bonaccorso: ma non ne hanno ancora fatto un film di questa storia? o un bel romanzo? queste sì che sono le fiabe che piacciono a me.
Se l'hanno fatto deve essere stato drammatico, perchè l'ereditiera vedova in questione divorziò complessivamente 3 volte se non sbaglio, Fiermonte compreso.
Il suo primo marito mi pare morì nel naufragio del Titanic.
da appassionato di sport ho pensato spesso a questa "sindrome da ritiro",che colpisce campioni e campionissimi in varie discipline,ma che nella boxe assurge quasi a caso patologico visti i rischi che si corrono;avete ricordato molti sportivi,e io andando a memoria potrei aggiungere ad esempio Niki Lauda,che si rimette casco e tuta poche settimane dopo il rogo del Nurburgring,nonostante il volto ancora devastato,nascosto da un turbante,per poi abbandonare volontariamente a causa della pioggia un decisivo Gran Premio del Giappone,perdendo corsa e titolo mondiale;e ancora il suo nuovo ritiro a fine anni '70 e il grande ritorno con un altro titolo iridato nel 1984;oppure Prost che si prende un anno sabbatico nel 1992 ma poi rientra divorato dalla voglia di sfidare nuovamente Senna a bordo dell'imbattibile Williams;o ancora Thomas Hearns che a 48 anni,afflitto com'è da serie difficoltà nel parlare,torna a combattere,lui,un leggendario peso welter,nei mediomassimi,affermando di "puntare al mondiale"
cosa succede a questi illustri "pensionati " dello sport? già detto del denaro,un'attrattiva enorme per tutti,penso che l'adrenalina della competizione,della sfida e del rischio sia una droga potentissima,che altera per sempre la loro vita:quella è la loro "normalità",hanno un'omeostasi diversa dalla nostra,e fuori dalle piste e dai campi sportivi dev'essere tutto orribilmente piatto e noioso;e poi,mi viene da pensare,il caso del pugile presenta anche un fattore fisico decisivo:l'allenamento del professionista è estremamente,per così dire,"invasivo",occupa e condiziona l'intera giornata:è probabilmente il training più duro che ci sia,sposta in avanti la soglia del dolore e della fatica,e trasforma il corpo inesorabilmente;ecco,penso che al pugile che si è ritirato,oltre che la ferocia dello scontro,manchi anche quella dell'allenamento,e la sensazione di forza,di "fitness",e può darsi addirittura che qualcuno non si sopporti neppure esteticamente,non possa tollerare di aver perso il proprio tono muscolare o di essere ingrassato,e rifiutando questo "nuovo" corpo vorrebbe tornare a quello "vecchio",quello dell'atleta
Io la penso così, la boxe tra tutte le manifestazioni artistiche proposte dall'uomo è l'unica che racchiude in sè tutti gli elementi che ne possono fare una metafora della vita, ma è anche una "vita altra", ovvero, dopo che si è stati sul ring, che si ha provato lo scontro fisico e intellettuale più diretto possibile con l'avversario (gli altri sport e le animate dispute da salotto non possono che essere una sublimazione della scontro "puro" rappresentato dal pugilato) tornare alla vita "quotidiana" non è assolutamente semplice, i soldi a quel punto non contano veramente più molto. Non è un caso il profondo rispetto, quasi soggezione, che tutti i maggiori artisti e intellettuali hanno sempre manifestato per questo sport (pensiamo a Carmelo Bene ad esempio) e che siano sempre i più beceri e ignoranti a liquidarlo come "violento". Ho sempre provato una sorta di pietà per loro, non ci ho mai nemmeno iniziato a discutere.
Doyle ha scritto:
e poi,mi viene da pensare,il caso del pugile presenta anche un fattore fisico decisivo:l'allenamento del professionista è estremamente,per così dire,"invasivo",occupa e condiziona l'intera giornata:è probabilmente il training più duro che ci sia,sposta in avanti la soglia del dolore e della fatica,e trasforma il corpo inesorabilmente;ecco,penso che al pugile che si è ritirato,oltre che la ferocia dello scontro,manchi anche quella dell'allenamento,e la sensazione di forza,di "fitness",e può darsi addirittura che qualcuno non si sopporti neppure esteticamente,non possa tollerare di aver perso il proprio tono muscolare o di essere ingrassato,e rifiutando questo "nuovo" corpo vorrebbe tornare a quello "vecchio",quello dell'atleta
Penso che per esempio sia più facile ritirarsi per un tennista perchè ad un certo punto più che la nausea del tennis venga quella del giramondo, di vivere sempre negli alberghi, i fusi orari da smalitire ecc. Il pugile invece dovrebbe spostarsi solo per l'incontro .
Pensate che se non sia finalizzato all'incontro un pugile che voglia mantenere il tono muscolare non potrebbe continuare a frequentare la palestra solo per mantenersi in forma? la scelta di allenare, poi, è mai stata presa in considerazione, oppure, come leggo spesso per il tennis, l'io del campione è troppo grande per metterlo a disposizione di un altro?
Per i calciatori, forse, è diverso...il loro passaggio dal gioco alla panchina forse è visto come un'ulteriore sfida, non so.
come sempre per spiegare dei fenomeni si prova a generalizzare,o quantomeno a elencare un ventaglio di possibilità,ma in realtà ho sempre creduto che ogni volta sia necessario un argomento "ad hoc" per rendere giustizia alle qualità individuali dei personaggi storici,e quindi anche dei grandi sportivi
ad esempio,De La Hoya è un tipo brillante,intelligente e di bell'aspetto:non si è ancora ritirato del tutto,ma fa già il promoter e gestisce altri pugili con successo,e a tenersi in forma quando non combatte non ci pensa neppure,perchè è uno che ha bisogno di stimoli forti,di detestare l'avversario,come si è ben visto sabato notte;Ray Leonard era un altro di questa risma,già da giovanissimo si sapeva vendere bene,ma si è limitato a fare la spalla dei telecronisti e a qualche spot pubblicitario;in compenso non ha mai avuto la pancetta da commendatore,e i suoi molti ritiri e rientri sono collegabili a qualche problema fisico e purtroppo a una pericolosa frequentazione con la cocaina;anche il russo australiano Kostya Tszyu è una gran persona,e potrebbe fare molto per la boxe,compreso l'allenatore,ma ancora aspettiamo le sue decisioni per il futuro;lo stesso De La Hoya ha all'angolo Floyd Mayweather senior,papà di Floyd junior e ottimo professionista negli anni '80:nonostante l'aspetto folkloristico,pare che sia un bravo trainer e Oscar afferma di essersi migliorato in questi tre anni
ma prova a pensare a Mike Tyson,o al Mayorga di sabato notte:difficilmente si riesce a intravedere delle qualità umane in questi due;chi li vorrebbe al proprio angolo? a loro serve la lotta,sono belve feroci,e senza la boxe sono delle mine vaganti,dei bulli sfaccendati che girano per il mondo con un mucchio di soldi in tasca (finchè durano) e con molto tempo da ingannare;poi magari hanno un lampo di bontà,ad esempio Mayorga ha finanziato l'installazione di impianti elettrici in una zona di Managua che ancora non disponeva della corrente,ma probabilmente nello stesso giorno ha sfasciato un locale da qualche altra parte,o ha passato una notte a sbronzarsi come un cosacco
insomma,quello che intendo dire è che a volte è l'istinto a fare il campione,a volte è il cervello,altre volte il fisico,raramente tutte e tre le cose,e poi nella vita "normale" lo si nota,soprattutto nella gestione della ricchezza e della popolarità,ma anche nelle piccole cose,sempre in base alla regola per cui si è ciò che si fa,ciò che si mangia e ciò che si dice
Uno dei migliori allenatori del momento è Buddy Mc Girt, ex campione del mondo ed ultimo avversario di Patrizio Oliva, Anche Griffith è stato un allenatore di successo. Non è detto però che un grande allenatore debba essere stato un grande pugile. Del resto succede così anche nel calcio. Indubbiamente Tyson o Mayorga non risultano essere due tipi destinati a fare gli allenatori, ma vi sareste mai aspettati un Wayne Mc Cullough ottimo giornalista di boxe?
Anche nel tennis i grandi allenatori non erano fuoriclasse, ma buoni o anche mediocri giocatori.
Sono "ritornata" a questo topic dopo aver letto la bella lettera a Rosi e a Parisi scritta da bonaccorso, che mi fa vedere il discorso del ritorno o della difficoltà del pugile a lasciare il ring definitivamente dal punto di vista dell'appassionato, dell'ammiratore, del tifoso.
Se quello che avete scritto in questo topic è vero,però, come credo, e quindi dimostrate di comprendere che cosa provi un pugile che non riesca a dire basta, è giusto chiedergli di considerare le cose dal nostro punto di vista?
E' giusto in qualche modo chiedergli la saggezza che dà la maturità, la gioia dell'insegnamento, quando questa " normalità", forse, è la cosa che più teme?