L’eco della memoria: Edith Piaf e Marcel Cerdan.
Inviato: martedì 25 dicembre 2007, 1:38
In un periodo particolare come questo, dove, tradizionalmente, per la minore intensità degli eventi sportivi, si è portati a leggere, voglio riportare qui, nello spazio dedicato ad Ilic, un racconto che scrissi tre anni fa e di cui abbiamo tanto parlato. Il testo è lungo, per questo, scusandomi, lo spezzerò in più parti.
L’eco della memoria: Edith Piaf e Marcel Cerdan.
Una storia che conobbi bambino, quando ascoltavo attento i discorsi dei grandi di famiglia, praticamente tutti, perché mio fratello e mia sorella erano così distanti da me per età, da essermi quasi dei secondi genitori. Di solito era la mia “dada”, già maestra da tempo, col dono della scrittura e la loquela dei comizianti, a spingere nostra madre, altrettanto loquace quanto sognatrice nel suo masochismo di cattolica che s’era fatta sfregiare dalla scomunica per il suo voto al PCI, verso le argomentazioni tabù delle famiglie del tempo.
“Che non ci senta nessuno” – esordiva sempre mamma, quasi a voler chiedere un perdono anticipato verso quella dirittura che s’era data e di cui mai ho percepito i confini.
“C’è Maurizio che ascolta dietro la tenda della cucina, ma non lo sgridare, è giusto che si faccia domande. E’ così carino quando mi chiede trenta volte perché!” – rispondeva mia sorella con sorriso compiaciuto.
Mamma accettava, non già per quella condivisione che non faceva parte del suo patrimonio di cattolica tradizionalista, ma era così convinta che non potessi capire senza l’arma chiarificatrice dei miei tanti “perché?”, da concedersi una licenza sul fronte di una condotta che si imponeva da sola. Certo, perché babbo, pur di poche e pesanti parole, era di un'apertura decisamente fuori da quell’epoca meravigliosa, densa di povertà, dove ogni piccolo passo era apprezzato. Si dischiudeva così il permesso d’ascolto ed io, armato di curiosità e di quel tozzo di pane che mio zio Bonfiglio faceva così buono, mi rannicchiavo rizzando le orecchie, per capire meglio le voci e gli strani discorsi delle donne di famiglia.
Memorizzavo tutto e da imberbe monello, tenevo quelle parole per il giorno in cui potevo capire, senza chiedere l’impegno di una difficile o non gradevole risposta. Altre volte il mio angolo d’ascolto era più semplice: bastava che mi mettessi su una sedia accanto alla poltrona di nonna Argia e far finta di addormentarmi fra le sue braccia.
Occhi chiusi ovviamente, ma orecchie ben posizionate ed aperte. Questa versione però, nascondeva un pericoloso inconveniente: mamma vedendomi dormire mi portava a letto, mandando così in fumo la curiosità che m’animava. Ecco perché preferivo la prima soluzione. In quel vortice di discorsi, a volte esageratamente a bassa voce con mio rincrescimento, mamma e dada, facevano sempre riferimento ai riporti della radio, allora una vecchia cassetta che emanava un profumo acre e scottava nella parte retrostante, con due “manopolone” più grandi delle mie mani ed una luce interna che stuzzicava i miei voli di fantasia. Anche a me piaceva quel cassoncino, era un contatto col mondo che non vedevo e mi avvicinava ai miei già idoli, Baldini e Pambianco, così ben definiti nel mio intorno e nei sogni ad occhi aperti che consumavo sulla biciclettina.
Fu proprio il richiamo d’una canzone che la “dada” aveva appena ascoltata alla radio, a scatenare il risuono di un nome che avevo sentito ancora, ma non avevo ben capito fosse una cantante: Edith Piaf. Mia sorella era entusiasta della sua bravura e lo sottolineò con un “quanto mi piace!”, che risuonò male alle orecchie di mamma.
“La bravura, cara Lina, conta poco quando le sottane si alzano!” – ebbe a rispondere con tono fermo nostra madre. Ne nacque una discussione fra le due che non tardò a sfociare sulle vie di nomi di uomini che, a dire di mamma, quella cantante aveva posseduto come strofinacci: Yves Montand, Charles Aznavour, George Moustaki, Marcel Cerdan. Quest’ultimo mi colpì, perché proprio la dada s’affrettò ad aggiungere che era un gran pugile con cervello e sentimenti, non un cretino.
“No Lina, se era intelligente non si sarebbe messo con quella che se la faceva con tanti ed era brutta, ma soprattutto lui era sposato con figli” – sentenziò decisa, mamma.
“Guarda che era mussulmano e loro possono avere più mogli e poi all’amor non si comanda” – replicò altrettanto decisa mia sorella.
Andarono avanti per un bel po’ di tempo, fino a quando dada non disse che Cerdan era morto su quell’aereo per un atto d’amore e che la loro storia meritava un romanzo. Stizzita come non l’avevo mai sentita, mia sorella che le qualità per scrivere un libro le aveva davvero, accese la radio ed il caso volle che da quel cassoncino uscissero le note e la voce di quella cantante, mentre intonava il brano che più piaceva a dada.
“Ecco mamma, ascolta in silenzio “La vie en rose”, e smettila di far la bacchettona.
Edith Piaff è un’artista grandiosa, una donna che ha sofferto, altro che una puttana!”.
Con quella frase di mia sorella, avevo completato il mio quadro di memorizzazione, avevo capito poco, ma volevo sciogliere quel cruccio quanto prima e conoscere. Sta di fatto che mia madre, da quella sera, cambiò atteggiamento verso la cantante. Fu proprio lei, qualche anno dopo, quando dada s’era sposata ed io ero un giovanissimo zio, a dirmi che il cuore di Edith s’era veramente donato a quello di Cerdan e che il loro era veramente un amore, macchiato dalla sfortuna e dall’irreparabile.
Quella storia e quel condensato di emozioni, viste attraverso il diaframma di un bambino curioso, mi donò un legame profondo coi protagonisti. Mi aiutò a concepire il pugilato con la giusta ottica antropologica, come un’arte dove si intrecciano i valori umani su un credo sincronico alla vita, dove la violenza è un passaggio per esistere, ma proprio per questo si apprezza e si sviluppa l’intelligenza per evitarne i dolori ed i sempre pesanti effetti. L’acume che serve per vedere la luce senza disperdere l’affetto e il rispetto per chi ti sta di fronte, proprio perché, come te, è preso dai tuoi medesimi problemi e dalle tue stesse paure.
Marcel Cerdan era l’incarnazione di questi echi essenziali per capire la boxe nelle pagine estreme, nella sofferenza e nel dolore, nella gentilezza e nel fair play, nell’intelligenza che scioglie le vetuste cariche della determinazione, ed il cuore che non deve mai essere lontano dai furori, perché è peculiare a forgiare l’uomo anche in quel contesto.
Un mussulmano, Cerdan, alla faccia di chi, più babbeo dei babbei, stabilisce le coordinate dei confronti sulla base della supposta superiorità di una religione o di una razza.
L’altra metà di Marcel, era una donna non bella, che nella sofferenza dell’abbandono e del fisico cagionevole, ammazzato dai vizi nella vana speranza di dimenticare, sprigionava la voce del sentimento, degli epigoni che l’esistenza ti mostra a volte come chimerici messaggi, per farti deviare o sognare nell’ebbrezza dell’illusione.
Era la cantante che trasformava in artisti i suoi uomini, Montand e Aznavour su tutti, che si sciolse di fronte all’uomo che meglio rappresentava il sogno della sua epopea, uscita dalla più grande tragedia del secolo, nata e concepita, come sempre, dall’immane ignoranza umana, nel vivere i credi della propria ragione esclusiva sull’immondizia degli altri.
Le guerre sono sempre un atto di scemenza, ma quella era stata ancor più devastante, perché aveva arrestato nel sangue un processo storico che portava ad una radicale modificazione della quotidianità essa stessa rivoluzionaria.
Edith, vedeva riassunti in Marcel, tutti quei percorsi. Lui era gentile, cordiale, acuto e non aveva bisogno di lei per acquisire la fama dell’interesse; era un orgoglio nazionale da solo, aveva donne anche fatali che gli cadevano ai piedi, ma lui aveva scelto lei, perché la vedeva piena di quel piacere che è tale solo se al sesso si unisce la testa. La loro storia era un intreccio delle componenti che fanno l’amore, che superano i livelli dell’infatuazione e che nascono dalle viscere dell’intelligenza istintiva, non comandabile secondo i lenti ragionamenti della razionalità.
Edith Piaff, ed il campione del ring Marcel Cerdan, si legarono così su un percorso che trovò un tragico arresto, nell’infausto atteggiamento di quel destino che, a volte, è supremo nel voler concorrere all’immortalità delle ferite.
Lui, il pugile della scarica elettrica nelle braccia e dalla gentilezza e generosità d’un missionario, morì all’interno dell’aereo di linea che precipitò sul Mare delle Azorre il 27 ottobre 1949. Nessuno si salvò. Stava raggiungendo, col primo viaggio utile il suo amore.
(continua...)
L’eco della memoria: Edith Piaf e Marcel Cerdan.
Una storia che conobbi bambino, quando ascoltavo attento i discorsi dei grandi di famiglia, praticamente tutti, perché mio fratello e mia sorella erano così distanti da me per età, da essermi quasi dei secondi genitori. Di solito era la mia “dada”, già maestra da tempo, col dono della scrittura e la loquela dei comizianti, a spingere nostra madre, altrettanto loquace quanto sognatrice nel suo masochismo di cattolica che s’era fatta sfregiare dalla scomunica per il suo voto al PCI, verso le argomentazioni tabù delle famiglie del tempo.
“Che non ci senta nessuno” – esordiva sempre mamma, quasi a voler chiedere un perdono anticipato verso quella dirittura che s’era data e di cui mai ho percepito i confini.
“C’è Maurizio che ascolta dietro la tenda della cucina, ma non lo sgridare, è giusto che si faccia domande. E’ così carino quando mi chiede trenta volte perché!” – rispondeva mia sorella con sorriso compiaciuto.
Mamma accettava, non già per quella condivisione che non faceva parte del suo patrimonio di cattolica tradizionalista, ma era così convinta che non potessi capire senza l’arma chiarificatrice dei miei tanti “perché?”, da concedersi una licenza sul fronte di una condotta che si imponeva da sola. Certo, perché babbo, pur di poche e pesanti parole, era di un'apertura decisamente fuori da quell’epoca meravigliosa, densa di povertà, dove ogni piccolo passo era apprezzato. Si dischiudeva così il permesso d’ascolto ed io, armato di curiosità e di quel tozzo di pane che mio zio Bonfiglio faceva così buono, mi rannicchiavo rizzando le orecchie, per capire meglio le voci e gli strani discorsi delle donne di famiglia.
Memorizzavo tutto e da imberbe monello, tenevo quelle parole per il giorno in cui potevo capire, senza chiedere l’impegno di una difficile o non gradevole risposta. Altre volte il mio angolo d’ascolto era più semplice: bastava che mi mettessi su una sedia accanto alla poltrona di nonna Argia e far finta di addormentarmi fra le sue braccia.
Occhi chiusi ovviamente, ma orecchie ben posizionate ed aperte. Questa versione però, nascondeva un pericoloso inconveniente: mamma vedendomi dormire mi portava a letto, mandando così in fumo la curiosità che m’animava. Ecco perché preferivo la prima soluzione. In quel vortice di discorsi, a volte esageratamente a bassa voce con mio rincrescimento, mamma e dada, facevano sempre riferimento ai riporti della radio, allora una vecchia cassetta che emanava un profumo acre e scottava nella parte retrostante, con due “manopolone” più grandi delle mie mani ed una luce interna che stuzzicava i miei voli di fantasia. Anche a me piaceva quel cassoncino, era un contatto col mondo che non vedevo e mi avvicinava ai miei già idoli, Baldini e Pambianco, così ben definiti nel mio intorno e nei sogni ad occhi aperti che consumavo sulla biciclettina.
Fu proprio il richiamo d’una canzone che la “dada” aveva appena ascoltata alla radio, a scatenare il risuono di un nome che avevo sentito ancora, ma non avevo ben capito fosse una cantante: Edith Piaf. Mia sorella era entusiasta della sua bravura e lo sottolineò con un “quanto mi piace!”, che risuonò male alle orecchie di mamma.
“La bravura, cara Lina, conta poco quando le sottane si alzano!” – ebbe a rispondere con tono fermo nostra madre. Ne nacque una discussione fra le due che non tardò a sfociare sulle vie di nomi di uomini che, a dire di mamma, quella cantante aveva posseduto come strofinacci: Yves Montand, Charles Aznavour, George Moustaki, Marcel Cerdan. Quest’ultimo mi colpì, perché proprio la dada s’affrettò ad aggiungere che era un gran pugile con cervello e sentimenti, non un cretino.
“No Lina, se era intelligente non si sarebbe messo con quella che se la faceva con tanti ed era brutta, ma soprattutto lui era sposato con figli” – sentenziò decisa, mamma.
“Guarda che era mussulmano e loro possono avere più mogli e poi all’amor non si comanda” – replicò altrettanto decisa mia sorella.
Andarono avanti per un bel po’ di tempo, fino a quando dada non disse che Cerdan era morto su quell’aereo per un atto d’amore e che la loro storia meritava un romanzo. Stizzita come non l’avevo mai sentita, mia sorella che le qualità per scrivere un libro le aveva davvero, accese la radio ed il caso volle che da quel cassoncino uscissero le note e la voce di quella cantante, mentre intonava il brano che più piaceva a dada.
“Ecco mamma, ascolta in silenzio “La vie en rose”, e smettila di far la bacchettona.
Edith Piaff è un’artista grandiosa, una donna che ha sofferto, altro che una puttana!”.
Con quella frase di mia sorella, avevo completato il mio quadro di memorizzazione, avevo capito poco, ma volevo sciogliere quel cruccio quanto prima e conoscere. Sta di fatto che mia madre, da quella sera, cambiò atteggiamento verso la cantante. Fu proprio lei, qualche anno dopo, quando dada s’era sposata ed io ero un giovanissimo zio, a dirmi che il cuore di Edith s’era veramente donato a quello di Cerdan e che il loro era veramente un amore, macchiato dalla sfortuna e dall’irreparabile.
Quella storia e quel condensato di emozioni, viste attraverso il diaframma di un bambino curioso, mi donò un legame profondo coi protagonisti. Mi aiutò a concepire il pugilato con la giusta ottica antropologica, come un’arte dove si intrecciano i valori umani su un credo sincronico alla vita, dove la violenza è un passaggio per esistere, ma proprio per questo si apprezza e si sviluppa l’intelligenza per evitarne i dolori ed i sempre pesanti effetti. L’acume che serve per vedere la luce senza disperdere l’affetto e il rispetto per chi ti sta di fronte, proprio perché, come te, è preso dai tuoi medesimi problemi e dalle tue stesse paure.
Marcel Cerdan era l’incarnazione di questi echi essenziali per capire la boxe nelle pagine estreme, nella sofferenza e nel dolore, nella gentilezza e nel fair play, nell’intelligenza che scioglie le vetuste cariche della determinazione, ed il cuore che non deve mai essere lontano dai furori, perché è peculiare a forgiare l’uomo anche in quel contesto.
Un mussulmano, Cerdan, alla faccia di chi, più babbeo dei babbei, stabilisce le coordinate dei confronti sulla base della supposta superiorità di una religione o di una razza.
L’altra metà di Marcel, era una donna non bella, che nella sofferenza dell’abbandono e del fisico cagionevole, ammazzato dai vizi nella vana speranza di dimenticare, sprigionava la voce del sentimento, degli epigoni che l’esistenza ti mostra a volte come chimerici messaggi, per farti deviare o sognare nell’ebbrezza dell’illusione.
Era la cantante che trasformava in artisti i suoi uomini, Montand e Aznavour su tutti, che si sciolse di fronte all’uomo che meglio rappresentava il sogno della sua epopea, uscita dalla più grande tragedia del secolo, nata e concepita, come sempre, dall’immane ignoranza umana, nel vivere i credi della propria ragione esclusiva sull’immondizia degli altri.
Le guerre sono sempre un atto di scemenza, ma quella era stata ancor più devastante, perché aveva arrestato nel sangue un processo storico che portava ad una radicale modificazione della quotidianità essa stessa rivoluzionaria.
Edith, vedeva riassunti in Marcel, tutti quei percorsi. Lui era gentile, cordiale, acuto e non aveva bisogno di lei per acquisire la fama dell’interesse; era un orgoglio nazionale da solo, aveva donne anche fatali che gli cadevano ai piedi, ma lui aveva scelto lei, perché la vedeva piena di quel piacere che è tale solo se al sesso si unisce la testa. La loro storia era un intreccio delle componenti che fanno l’amore, che superano i livelli dell’infatuazione e che nascono dalle viscere dell’intelligenza istintiva, non comandabile secondo i lenti ragionamenti della razionalità.
Edith Piaff, ed il campione del ring Marcel Cerdan, si legarono così su un percorso che trovò un tragico arresto, nell’infausto atteggiamento di quel destino che, a volte, è supremo nel voler concorrere all’immortalità delle ferite.
Lui, il pugile della scarica elettrica nelle braccia e dalla gentilezza e generosità d’un missionario, morì all’interno dell’aereo di linea che precipitò sul Mare delle Azorre il 27 ottobre 1949. Nessuno si salvò. Stava raggiungendo, col primo viaggio utile il suo amore.
(continua...)
