Più interrogativi che altro mi ha suscitato questo incontro. Dov'era Dio a Las Vegas quella notte? La risposta del catechismo (il vecchio, con le domande e le risposte da imparare a memoria, come quello che ho studiato per prendere la Cresima tanti anni fa) è la più rassicurante, " Dio è in cielo e in terra e in ogni luogo". Ma probabilmente da parte di Pacquiao e di Mayweather (e con questo nome, il 2 di maggio, come avrebbe potuto non vincere?

)si coglievano in Lui aspetti diversi: mentre il campione filippino prima di entrare sul ring ostentava tranquillità e sicurezza, addirittura facendosi i selfie sorridente, per un attimo,in un angolo, alla sua destra, si è vista una donna anziana, suppongo la madre, che in mezzo a tutte quelle persone era raccolta con gli occhi chiusi, in preghiera, fervente, credo sia l'aggettivo più indicato, e si rivolgeva certamente al Dio che protegge i propri figli. E' un Dio degli eserciti, invece, che il pugile statunitense ringrazia appena finito il match per averlo fatto vincere. Ma quella donna inquadrata per pochi secondi ci ha ricordato quello che i sorrisi, l’apparente disinvoltura degli uomini che le erano accanto nascondevano: la drammaticità, la paura, la posta in gioco che in ogni incontro di boxe è ben superiore a tutti i milioni della borsa e a tutti i titoli. Una madre, nell’ombra, dietro le quinte, che prega, un padre, Mayweather senior, sul ring che assiste, “combatte” con il proprio figlio. Da Omero in poi, c’è tutta l’epica classica in quest’immagine, e quasi tutta la storia del mondo, purtroppo.
E chi siamo noi, uomini e donne del 2015, per definire questo l’incontro del secolo? Siamo Dio, fuori dal tempo? Io non ci sarò alla fine del secolo, e penso anche molti di quelli che lo hanno titolato così. Posso solo guardare indietro, e farmi venire qualche dubbio: nel secolo scorso, fu nella seconda metà che Marciano, per esempio, vinse i suoi 49 incontri, e visse Alì, detto anche il più grande. Alla fine del secolo dovranno guardarsi la registrazione di questo incontro per capire che cosa abbia segnato cent’anni di storia del pugilato? Mah, permettetemi di avere dei dubbi. Preferisco ancora una volta fare raffronti con il passato, e mi perdonino i veri intenditori di boxe ma, pur con tutte le differenze fra Mayweather e Dempsey, che appunto combattè nel primo ventennio del XX secolo, la frustrazione di Pacquiao che si chiede alla fine dell’incontro come si potesse colpire uno che non si riesce a centrare perché gli sfugge sempre (e naturalmente non abbiamo visto una gara ad inseguimento, ma quasi sempre era Floyd a tenere il centro del ring), non è simile a quello che dovevano provare gli avversari del “massacratore” quando gli stordiva per la sua mobilità?
Quando chiesi ad alcuni giovani pugili dilettanti di una palestra milanese quali fossero le doti sviluppate sul ring che trasferissero poi nella vita di tutti i giorni, anche nella loro professione, mi risposero: la reattività, l’intuizione di anticipare le reazioni di chi si trovavano di fronte.Ecco, mi chiedo se la boxe del nostro secolo possa considerare questo incontro una svolta, un inizio, ed in questo senso essere ricordato: di come possa un campione indiscusso e con un record di vittorie così importante, non avere segni in faccia perché la testa l’ha usata soprattutto per sviluppare la reattività nell’anticipare le intenzioni dell’avversario, e per individuare il varco, il momento in cui colpire lui. Sarà questa, allora, la boxe del secolo? E i pugili alla Rocky rimarranno solo in vecchi film, o nella boxe messicana? Mi sorge un dubbio: il pugilato alla Maywaether potrebbe ricordare il paradosso di Sacchi nel calcio per cui la partita perfetta finisce 0-0? Eppure nessuno avrebbe potuto accusarlo di difensivismo.