E' piuttosto semplice paragonare la vita "normale" a quella sportiva: allenare è come allevare, insegnare a stare sul ring è come insegnare a stare al mondo, impartire le regole del pugilato è come impartire le regole di vita, accudire e proteggere il proprio pugile, credere in lui ed esserne geloso e orgoglioso proprio come un padre...e l'atleta proprio come un figlio, tanto è profondo il legame che si instaura. Rocky e il suo anziano maestro, la million dollar baby e il suo "capo" Frankie, la sottoscritta SiLu e..ma perchè ti devi mettere sempre in mezzo?!?
Proprio la robustezza di questo legame che sta nel rispetto e nell'affetto reciproco, che sconfina dall'ottica puramente professionale e nasce prima di tutto nei sentimenti più vicini al cuore può essere, a parer mio, un grande punto di forza. Una crepa in tutto questo può fare la differenza, in negativo.
L'allenatore è colui che non ti abbandona mai, che crede in te a volte più di quanto non faccia tu stesso, che ti sprona a migliorarti, a resistere, che sa in che stato ti trovi, che pretende a tal punto che gli metteresti i guantoni al collo
Questo per me è un allenatore, una persona che ti fa entusiasmare per quello che fai, una persona con cui condividere prospettive e timori, che ti conosce e ti capisce quasi sempre.
Logicamente anche una persona che sa quello che fa e sa cosa e come insegnare.
A questo punto vi rivolgo lo spunto diretto..Un pugile come specchio del proprio allenatore, come lo è un figlio dei propri genitori? In termini meno retorici, quanto lo stile e la "filosofia" dell'allenatore (che spesso è stato pugile a sua volta) condizionano o determinano quelli del pugile?
Sperando che l'imput attecchisca, attendo per proporvi altri spunti
